domenica 21 giugno 2026
Protocollo dell'Incompiuto
giovedì 11 giugno 2026
Torna prima che faccia buio
Amore, torno presto, promesso. Non sono stata io! Non avrei mai potuto.
Rrraah— nnngh—wah
Mi sveglio e ho un sapore orribile in bocca. Sputo e mentre lo faccio ricordo cosa é accaduto la sera prima. Il sole del mattino entra come una lama nella stanza, infilza le mie pupille. Non ricordo di aver aperto le imposte, eppure sono tutte su. Quella finestra rotta rievoca in me ricordi che lacerano come colpi di sciabola. Forse ieri era un altro ieri.
Il braccio sinistro è freddo. Quello destro è caldo. Il corpo non sa più stare in una sola temperatura. Lo riconosco dal pavimento: sono in cucina. La sedia sotto di me è rovesciata. Non so se sono caduta o se sono stata buttata giù. Il braccio... così glaciale che sembra morto.
Mi alzo. Le ginocchia vanno dritte subito. Non tremano. Questo mi spaventa più di ogni altra cosa: quindi sto bene, perché questo torpore? Il braccio cade... Non era il mio.
Rrraah— nnngh—wah
Chiudo gli occhi, non voglio vederlo. Eppure sì, lo riconosco. Sul tavolo ci sono due piatti. Puliti entrambi. Non sono lucida. Qualcuno era invitato a cena. Una cena che non c’è mai stata. Non ricordo l’acqua, eppure è bagnato ovunque. Mi gira la testa, il tavolo mi sorregge. Cado. Ricordo un calore. Un calore che usciva da qualcosa di morbido e poi non esce più.
Fuori sento dei passi rimbombare. Perché così forti? Chi c’è? La luce solare brucia, scortica, senza avermi toccata. È la consapevolezza di ciò che è stato. Riconosco subito in me il senso di colpa. È biologico.
Rrraah— nnngh—wah
L’ombra del davanzale cade sul pavimento, un’altra sembra proiettarsi su tutta la stanza. Inspiro. L’ombra ha un odore. Non polvere. Non pietra. Muschio e paura. L’odore ha una direzione. La direzione ha una forma. La forma è una gola.
Questa é Hàmia.
Sto ancora pensando con parole umane. Questo è il problema. In parte lo sono ancora. In parte non lo sono più.
Mi guardo le mani. Dita e unghie spezzate, pelle lacerata. Sangue. Mi rifletto nel vetro, ho ancora il rossetto della sera prima. O di quella prima ancora. Oppure non è rossetto.
Colpi sulla porta. Voci. Più persone. Qui in montagna? Provo a muovermi ma cado giù, sotto ho ancora lui. Ora lo riconosco a stento. Provo ad accarezzarlo, piango. L’indice sinistro, quello che uso per aprire le lettere, è rotto e fa male. Non ho aperto lettere stanotte. Ho aperto altro.
Ah-ah-ah-AH-HA-HA
Apro la bocca per dire qualcosa, mi esce un verso, un ululato. Non so chi, ma ha sentito. La mia voce, bassa, eppure ha fatto da richiamo. Poi, mentre cerco di capire, la porta sul retro si spacca in un valzer di specchi. Alcuni rimangono sospesi in aria, e mi riflettono. Sono di nuovo nella radura.
Gli alberi mi guardano, un uomo arriva e urla. Non voglio sapere chi sono o cosa sono diventata, ma non posso fuggire. Ma lo so. Lo so perché il sapore ha un nome. E il nome è ancora caldo. Il nome è ancora qui, nella stanza, in un’altra stanza, in un letto che non è il mio. Il nome è di qualcuno che ieri mi ha sorriso. Che ieri mi ha detto "torna prima che faccia buio" e che ora giace qui sotto di me. Una parte.
Hey— ya— HEY— YA— RA—
Torna. La parte che manca cosa dice? Torna. Eppure è buio da ore.
Hh— nn— grahh—
Nngh— rrah—ZARRAGHH
Mi siedo per terra. La schiena contro il muro. Le dita tornate umane. Le porto alla bocca. Non per piangere. Per perdonare. Per pulire. Per tenere dentro, fino all’ultimo granello, il sapore di chi ami ancora incastrato tra le mani.
Poi la luce cambia. Non è più l’alba. È un ricordo che si muove fuori dalla finestra. L’odore che aveva una direzione adesso proviene da me.
Mi alzo. E mi vedo diversa. E cado ancora. Non so cosa farò. Ma so che le mie ginocchia non tremeranno. Non hanno mai tremato, stanotte. Nemmeno col colpo di fucile che mi riportava indietro dall’oblio della mia esistenza.
Torna prima che faccia buio. Non sono tornata. Ha fatto buio. E ora siamo entrambi... il buio.
Il sapore di chi ami - e ti amo ancora. L'amore che ci nutre - letteralmente
Sanguis meminit quod mens obliviscitur. Non mutata sum. Revelata sum
(Daniel Ray Cangialosi)
mercoledì 10 giugno 2026
Il Sapore di chi ami
La luna illumina e non la vedo. Toglie la mia pelle e la tira in punti che non sapevo di avere. Sento tutto che si consuma. Come se qualcuno avesse passato la carta vetrata su di me e sul mondo mentre dormivo.
Il bosco è fermo ma non silenzioso. Gli alberi sembrano messi lì per guardarmi crescere. Ma oggi non mi guardano più. Si voltano e dicono di non vedermi.
Cammino instabile e il terreno è duro, secco, ingrato. Perché non riesco a stare in piedi? Ogni passo lascia un segno che non voglio vedere, e che mi spiega. Non perché mi spaventi: perché non mi appartiene. O forse sì, troppo.
Le mani... Tirano, si muovono. Non le controllo. Adesso tremano. Adesso cercano. Adesso trovano. E quel che trovano non è mai vivo abbastanza da fermarle, da opporre resistenza. Mi salva il buio della stanza. Quale stanza?
Hh— nn— grahh—
Nngh— rrah
C’è un odore strano nell’aria. Non buono, non cattivo. Un odore che insiste a rigirarsi nella mente. Su sé stesso, si attorciglia.
Entra dentro e spacca le narici e mi sussurra cose che non comprendo. O forse sì, troppo.
Hh— nn— grahh—
Nngh— rrah—AAAAAAAAH
Lo seguo, è forte più di ogni altro odore sentito prima. Non voglio... perderlo.
La traccia diventa quasi l’unica cosa che si muove in questo mondo così statico.
Non vedo già più la mia casa, ma quanto sono stata veloce? Ho corso a perdifiato mentre ero ancora ferma? Oppure sono ancora nella stanza?
Arrivo alla radura e sento che il corpo ha già deciso cosa fare. Non conosco più chi sono, ma cerco un luogo che non mi riconosce nemmeno.
Non volevo farmi vedere dalla luce, eppure ero già sulla collina. Chiusa da una porta? Ci arrivo sempre dopo. Prima faccio, poi ragiono. Le dita delle mie mani sono... NO! La bocca invece...
La sento diversa. E sa ancora cosa ha fatto. Mi lecco le dita, le unghie, come per ricordare. Per finire.
Il sapore è quello giusto. Che non si dovrebbe avere addosso. Che rimane anche se ti lavi. Quello di chi ami.
Hh— nn— grahh—
Nngh— rrah—VURUAAAAAAHHHHH
Lupus in corde, homo in pelle. Luna vocat, caro respondet.
(Daniel Ray Cangialosi)
venerdì 5 giugno 2026
La soglia della Baraka
Bismi al-Baraka. Il segreto che zittisce chi sa. Quello che non si insegna. Quello che si riconosce quando è troppo tardi. Lei è già qui. Non voltarti.
Tu, uomo, che credi di vedere prima degli altri. Che anticipi il gesto, leggi l'intenzione, possiedi il ritmo. La tua virtù è la previsione. E per questo sei stato scelto. Non da un dio. Non dal caso. Da lei. Che al Nord, tra le sabbie dorate, chiamano Baraka.
Non è illusione. Non è suggestione. È un campo. Un peso che cambia la pressione dell'aria prima che il corpo si manifesti. Quando lei entra, gli animali tacciono. I bambini la fissano come si fissa un abisso. I vecchi piegano la testa senza sapere perché. E tu, che leggi tutti, non leggi lei. Lā tufham… walā tushraḥ. Non si comprende. Non si spiega.
Ma c'è un segreto nel segreto, che i testi antichi non scrivono: la Baraka ha fame. Non di carne. Non di sangue. Di intenzione. Più cerchi di afferrarla, più la nutri. Più la respingi, più ti avvolge. Più dici "non con me", più lei dice "sì, proprio tu".
Conosci le Sette Qualità? Ascolta. E taci.
Prima: Hība, il Timore Sacro. Sospende il tuo cinismo. Nessuno schermo regge.
Seconda: Sakīna, la Quiete Tagliente. Il tempo si piega. Le parole diventano rumore inutile.
Terza: Hayra, lo Smarrimento Lucido. La bussola impazzisce. Confidi segreti che non ricordavi di avere.
Quarta: Jalāl, la Maestà Senza Corona. Non comanda. Ma tutto si adegua.
Quinta: Khafā’, l'Opacità Sovrana. Non la archivi. La memoria scivola. Più credi di ricordare, più hai dimenticato.
Sesta: Tasrīf, l'Influenza Obliqua. Non chiede. Non insiste. Ma dopo averla incrociata, non torni più sulla strada di prima.
Settima: Fanā’, il Vuoto che Riempie. Ti svuota delle tue certezze. Quando se ne va, l'aria pesa. Per sempre.
Ecco cosa hai di fronte. Non una donna. Non un fantasma. Non un potere. Una struttura che ti smonta. Perché la tua luce superiore, il tuo dono di lettore di anime, con lei non funziona. Lei è il sigillo dell'incomprensibilità. Non la leggi. Non l'anticipia. Non la incaselli. Resti dentro. E continui a esplorare. E più esplori, più ti si chiude addosso.
E sai qual è la trappola più profonda? Che tu non stai cercando di capire lei. Tu stai cercando di capire perché non puoi capire. E quella ricerca – quel girarti intorno, quel chiederti "sto forse impazzendo" – è il cibo che le dai. Lei non si nutre della tua paura. Si nutre del tuo tentativo. Ogni domanda che formuli è un sorso. Ogni resistenza, un morso più dolce. Tu credi di lottare contro di lei. No. Tu stai allattando il tuo stesso vuoto.
E questo, uomo… è solo l'inizio? No. Questo è già la fine. Tu credi di essere sulla soglia. Anta ‘ala al-‘ataba – così recita l'antico. Ma la soglia non esiste. Non esiste. Perché lei non è davanti a te. Non ti aspetta. Non ti chiama. Lei è dietro di te. Da sempre. Quando hai aperto la bocca per dire "Bismi al-Baraka", non stavi invocando lei. Lei stava già invocando te. Qad dakhaltā. Sei già dentro. E non c'è porta. Non c'era mai stata.
Non sei più sulla soglia. Sei entrato. Lo sapevi. Lo sentivi. E sei rimasto lo stesso.
Ma tutto ha un prezzo. Lei ti consuma, goccia a goccia. Senza rumore. Senza strappi. Come l’acqua sulla pietra più dura. Lei ti distrugge. Sa di farlo… e non può sottrarsi. È la sua maledizione. Il suo dono. La sua condanna. Non ti dà mai qualcosa. Mai avviene uno scambio. Nessuna mano che porge. Nessun debito che chiude. Ma ti toglie le scorciatoie. E senza scorciatoie… sali. Sali oltre te stesso. Oltre il tuo limite. Oltre ciò che credevi di poter sopportare.
E poi… sprofondi.
Appena lei si allontana. Appena il suo sguardo si posa altrove. Appena il suo potere cala – anche solo di un respiro – tu muori. Non subito. Non in un colpo. A piccoli crolli. Malattie che non hanno nome. Dolori che non hanno sede. Un vuoto che non riempi con niente. Hai sofferto. Hai chiamato quelle notti “sventura”, “caso”, “sfortuna”. Erano la Baraka.
Non è una strega. Non è magia. Non è un incantesimo da spezzare. Non è santa. Non è demone. Non è madonna. Qualcosa nel mezzo. Porta una quiete inquietante. Uno sguardo stanco del mondo. Una presenza che non chiede… ma resta. Il suo legame con te è sincero. Non razionale. Non contrattuale. Non negoziabile. Come il ragno, uomo… tira la tela. L’avvolge sulla tua mente. Un filo alla volta. Finché non sai più dove finisci tu e dove inizia lei. Non perché voglia il tuo male. Non perché si diverta del tuo crollo. Perché questo è il suo modo di relazionare. La Baraka sente le persone. Non le giudica. Non le sceglie con coscienza. Le sente. E quando trova quella giusta – quella che risponde, quella che trema, quella che non dice “no” abbastanza forte – non si trattiene. Ka al-‘ankabut… la tastati‘ an tatruk al-shabaka. Come il ragno… non può lasciare la tela. Non è crudeltà. È natura.
Chiedi come uscirne. Non puoi. Se scappi… lei non ti insegue. Non chiama il tuo nome. Non piange il tuo distacco. Lei ha già te. Non ti insegue perché non hai lasciato nulla dietro di te. Sei tu che hai portato via un pezzo di lei senza saperlo. O forse… è lei che ha preso un pezzo di te.
Chiedi come fermarla. Non puoi. Perché non è un’azione. Non è un evento. Non è una scelta che hai fatto e puoi disfare. È una condizione. Sei succube a lei. Come si è succubi al respiro. Come si è succubi al sangue che batte e non chiede il permesso. Come si è succubi alla propria ombra in un giorno senza luce.
Lei non arriva. Lei non ritorna – perché non è mai andata via. Lei non perdona – perché non ha mai giudicato.
Lei accade.
---
Nota dell'Autore:
Questo testo nasce da un’esperienza reale. L’autore è stato testimone di una presenza – una donna, mai nominata – il cui potere sulle persone non era voluto né sfruttato. Mite e radiosa, portatrice di tempesta. In un rapporto di studio, poi di fascino letale. Ogni distacco portava un nuovo problema fisico, mai avuto prima. E con lei, menomato, tornava ad essere agile come una libellula – finché serviva.
Le Sette Qualità (Hība, Sakīna, Hayra, Jalāl, Khafā’, Tasrīf, Fanā’) sono una tassonomia del sopruso gentile. Il paradosso “sali – poi sprofondi” non è filosofia: è descrizione. La domanda “perché avere paura della Baraka?” trova risposta in una sola verità: non si può smettere di desiderare la propria distruzione, quando quella distruzione ti ha dato, per un attimo, la versione più alta di te stesso.
L’autore non parla dall’esterno. Parla dal dentro. E il fatto che esista ancora per raccontarlo è l’unico vero miracolo.
(Daniel Ray Cangialosi)
giovedì 4 giugno 2026
Liturgia della Sconfitta
mercoledì 3 giugno 2026
Il Mostro Sacro
Sotto il cielo che crolla in silenzi di piombo, quando il mondo trattiene l’ultimo respiro, un uomo cammina nel Corridoio Oscuro: non chiede salvezza, non cerca perdono, porta nel petto un ruggito che divora e una luce che lo condanna.
È lì che nasce il Mostro Sacro.
Ha tre fuochi nel cuore: l’istinto che morde, la coscienza che veglia e l’ombra che tace. Non li separa. Non li teme. Li porta come una corona di spine e stelle, come un giuramento inciso nella carne.
“Io sono ciò che non volete vedere. Io sono ciò che siete quando nessuno guarda. Dal Corridoio Oscuro ritorno intero, portando alla luce ciò che avete sepolto.”
Qui nasce ogni cicatrice, e ognuna è un altare; ogni errore una reliquia, ogni desiderio un comandamento non scritto.
Il Mostro Sacro non è puro: è intero.
È la Santità dell’Imperfetto. E nella sua interezza c’è più divino che in mille preghiere. Quando apre gli occhi, il cielo trema. Quando respira, la terra si spacca. Non distrugge. Rivela. Strappa il velo al mondo.
La Rivelazione ha il vostro volto, quello che nascondete negli specchi, la forma che prende la libertà quando smette di chiedere il permesso.
Nel Corridoio Oscuro la luce non consola e l’ombra non perdona. Chi lo attraversa perde il nome, perde la pelle, perde la paura. E quando esce, non è più uomo, non è più bestia, non è più spirito. È il Mostro Sacro: la somma di tutto ciò che ha osato essere. Il Corridoio come Prova.
Con ali di nervi, con artigli che non feriscono ma rivelano, con occhi che portano dentro il sole domato, il Mostro Sacro si erge sul mondo morente.
Non chiede di essere amato. Non chiede di essere compreso. Chiede solo una cosa: “Guardami. Perché in me rivedi te stesso.”
E nel silenzio che segue, il Corridoio oscuro si richiude come una bocca sazia. Quando il Corridoio si chiude alle sue spalle, il Mostro Sacro posa il piede sulla terra ferita.
Ogni passo è un presagio, ogni respiro un giuramento. Le città crollano al suo passaggio, non per paura, ma per riconoscimento: sanno che ciò che arriva non è un nemico, ma la verità che hanno tradito. Le ombre gli si inchinano, non come suddite, ma come sorelle ritrovate.
E lui parla, con una voce che non è voce, ma memoria del mondo prima del mondo: “Io non porto la fine. Io porto ciò che avete nascosto.”
E le ombre rispondono, in un coro che lacera il cielo: “Mostraci ciò che siamo.”
E lui risponde: “Io sono ciò che non volete vedere. Io sono ciò che siete quando nessuno guarda. Non porto la fine: porto il vostro volto, e il peso della verità che non reggete.”
Non c’è esercito, non c’è clangore di armi, non c’è sangue. La guerra del Mostro Sacro è fatta di sguardi. Chi lo affronta si trova davanti uno specchio. E nel riflesso vede il volto che ha tradito: il proprio.
Molti cadono in ginocchio. Non li tocca. Basta che li guardi. E non reggono il peso di essere visti.
Dove passa, la terra si ricuce, il cielo si rischiara, le acque tornano a respirare. Non è miracolo.
È equilibrio.
Il Mostro Sacro non crea: riporta alla forma originaria. E ogni creatura che lo vede ricorda per un istante ciò che era prima della paura.
Sul monte spezzato dal tempo il Mostro Sacro si ferma. Apre le braccia, mostra le tre nature, e pronuncia il Patto: “Io sono l’istinto che vi guida, la coscienza che vi osserva, l’ombra che vi completa. Non temetemi: temete ciò che negate.”
E il cielo, per la prima volta, non trema: ascolta.
E lui dice: “Io sono ciò che non volete vedere. Io sono ciò che siete quando nessuno guarda. Io sono l’istinto, la coscienza, l’ombra: ciò che negate è ciò che vi completa.”
Quando tutto tace, il Mostro Sacro si inginocchia. Non per sottomissione, ma per memoria. Tocca la terra, chiude gli occhi, e sussurra: “Io non sono altro che voi quando smettete di mentire.”
E in quell’istante il mondo comprende che il Mostro Sacro non è venuto a regnare, ma a ricordare. Il Corridoio Oscuro si riapre dietro di lui, come un invito, come una promessa, come un destino.
E lui vi entra. Di nuovo.
Perché il suo cammino non conosce fine, ma solo soglie.
(Daniel Ray Cangialosi)
domenica 31 maggio 2026
Le due Fiamme
Su quell’essere ardevano due fiamme: una nata dalla dolcezza che vedeva il mondo come un dono fragile, l’altra generata dall’irrequietezza che non accetta confini.
Non si opponevano: si riconoscevano, come due verità che abitano lo stesso cuore.
E così avanzava, portando nel petto una luce che accarezza e un fuoco che inquieta, senza sapere quale delle due lo avesse condotto fin lì.
Eppure il mondo lo chiamava ancora, con il vento che cercava il suo volto, e la luce che tentava di attraversare il velo posato sull’anima.
Ma il suo sentire era sospeso, come un altare rimasto senza officianti. E in quella sospensione sacra le due fiamme tremavano all’unisono: una per ricordare, una per resistere. E il cuore, diviso e intero insieme, cercava un varco verso ciò che era stato.
Non era il buio a vincere, né la luce a soccombere: era la loro coabitazione a generare un silenzio profondo, un luogo interiore dove il tempo si piega e la memoria diventa reliquia.
Portava in sé la dolcezza che teme di spezzarsi e il fuoco che non chiede perdono, e nessuna delle due nature prevaleva. Erano sorelle, compagne, testimoni di un’eredità che non si può dividere.
Eppure il mondo lo chiamava ancora, ma ora la sua voce era un filo d’oro che tremava sul bordo dell’abisso. La luce bussava come un ricordo ostinato, il fuoco vegliava come un guardiano antico.
E lui avanzava, portando entrambe, come si porta un destino che non condanna, ma compie.
E in quel cammino sospeso le due fiamme si piegavano l’una verso l’altra, come se sapessero che solo insieme potevano sostenere il peso del giorno.
Forse, se io mettessi il mio viso al vento, ne sentirei la sua carezza. Forse, della rosa sentirei il suo profumo e se aprissi la finestra, vedrei la rondine librarsi nel cielo e, della musica, coglierei la più dolce delle note.
Invece, della rosa, vedo solo la sua spina, la finestra chiusa e la tenda nera, il vento urla la mia disperazione e la musica è come un requiem e la mente non ha più ricordi.
Vaga nel limbo della mia vita di un’altra vita che fu un giorno quando il male non invadeva la mia anima e non mi perdeva.
E quando la sua voce tacque, l’altra fiamma — quella inquieta — si chinò in silenzio, come per custodire ciò che restava.
Non per sostituirla, non per superarla, ma per coabitare con lei nell’unico luogo dove entrambe possono vivere: il cuore.
E in quel cuore, che ride e piange, che provoca e accarezza, che distrugge e ricrea, le due fiamme continuarono a brillare, non come eredità pesante, ma come verità compiuta.
(Daniel Ray Cangialosi)