Su quell’essere ardevano due fiamme: una nata dalla dolcezza che vedeva il mondo come un dono fragile, l’altra generata dall’irrequietezza che non accetta confini.
Non si opponevano: si riconoscevano, come due verità che abitano lo stesso cuore.
E così avanzava, portando nel petto una luce che accarezza e un fuoco che inquieta, senza sapere quale delle due lo avesse condotto fin lì.
Eppure il mondo lo chiamava ancora, con il vento che cercava il suo volto, e la luce che tentava di attraversare il velo posato sull’anima.
Ma il suo sentire era sospeso, come un altare rimasto senza officianti. E in quella sospensione sacra le due fiamme tremavano all’unisono: una per ricordare, una per resistere. E il cuore, diviso e intero insieme, cercava un varco verso ciò che era stato.
Non era il buio a vincere, né la luce a soccombere: era la loro coabitazione a generare un silenzio profondo, un luogo interiore dove il tempo si piega e la memoria diventa reliquia.
Portava in sé la dolcezza che teme di spezzarsi e il fuoco che non chiede perdono, e nessuna delle due nature prevaleva. Erano sorelle, compagne, testimoni di un’eredità che non si può dividere.
Eppure il mondo lo chiamava ancora, ma ora la sua voce era un filo d’oro che tremava sul bordo dell’abisso. La luce bussava come un ricordo ostinato, il fuoco vegliava come un guardiano antico.
E lui avanzava, portando entrambe, come si porta un destino che non condanna, ma compie.
E in quel cammino sospeso le due fiamme si piegavano l’una verso l’altra, come se sapessero che solo insieme potevano sostenere il peso del giorno.
Forse, se io mettessi il mio viso al vento, ne sentirei la sua carezza. Forse, della rosa sentirei il suo profumo e se aprissi la finestra, vedrei la rondine librarsi nel cielo e, della musica, coglierei la più dolce delle note.
Invece, della rosa, vedo solo la sua spina, la finestra chiusa e la tenda nera, il vento urla la mia disperazione e la musica è come un requiem e la mente non ha più ricordi.
Vaga nel limbo della mia vita di un’altra vita che fu un giorno quando il male non invadeva la mia anima e non mi perdeva.
E quando la sua voce tacque, l’altra fiamma — quella inquieta — si chinò in silenzio, come per custodire ciò che restava.
Non per sostituirla, non per superarla, ma per coabitare con lei nell’unico luogo dove entrambe possono vivere: il cuore.
E in quel cuore, che ride e piange, che provoca e accarezza, che distrugge e ricrea, le due fiamme continuarono a brillare, non come eredità pesante, ma come verità compiuta.
(Daniel Ray Cangialosi)