sabato 1 agosto 2026

VIA CRUCIS LAICA del SOLE NERO – LE STAZIONI DEL DOLORE E DELLA LUCE

Brano rituale in undici stazioni, da recitare o leggere come un percorso iniziatico. Ogni stazione è un passaggio obbligato: dalla sera alla notte, dall'orrore all'alba, fino alla morte come compimento. Con interventi in lingua dell'apocalisse (latino apocalittico, greco biblico, aramaico, echi del Libro della Rivelazione)

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I – LA SERA

Quando la sera acquieta membra ed anima e scurisce il lume ma non il fuoco, i pensieri corrono allora lungo sentieri nevralgici, di sofferenza e di dolore, di un ricordo di passione.

ἦλθεν ἡ ὥρα – è giunta l'ora.
Et nox facta est – e la notte si è fatta.

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II – I BINARI

Corre, su binari nevralgici, la sottile linea del dolore, condizionando il volo anche del pensier più alto.

Viae doloris – vie del dolore.
Semitae mortis – sentieri di morte.
καὶ ὁ λόγος σάρξ ἐγένετο – e il Verbo si fece carne, ma la carne è ferita.

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III – LA RICERCA

Così, soccorrendo il tempo, cambiamo d'agito, cercando a tentoni un più rimarchevole pensiero, potente e tacito. Solchi, lasciati dal mare, intenso e sanguigno, che tracciano con fatica le montagne della follia.

Mare magnum et spumans sanguinem – mare grande e schiumante sangue.
quaerimus et non invenimus – cerchiamo e non troviamo.
ἐν σκότει ψηλαφῶμεν – nel buio brancoliamo.

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IV – IL MATTINO ILLUSORIO

Ma poi quando giunge l'ora del mattino, quella dove i cani corrono ad abbaiare e dove del male non si sente più alcun frastuono, il mare calmo improvvisamente si congiunge al cielo, avvolgendo di blu l'universo, immenso e se penso grande come gli occhi non hanno visto mai.

Et ecce dies – ed ecco il giorno.
Lux in tenebris – luce nelle tenebre.
καὶ τὸ φῶς ἐν τῇ σκοτίᾳ φαίνει – e la luce risplende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta.

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V – L'ESCLUSIONE

Pene e dolore rifuggono le sensazioni assorte al sole, io scorgo la duna: come se tutto, in qualche modo, abbia ripreso il suo corso, senza di me.

Sine me – senza di me.
ἐγὼ δὲ μόνος – io solo.
Et mundus me nescit – e il mondo non mi conosce.

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VI – LA BREZZA E L'ECLISSI

Così quando poi la verde brezza finalmente risoffia nella nostra vita, mentre ancor teniamo chiusi gli occhi vediamo gli stormi di uccellacci volar di nuovo in cielo, portatori dell'eclissi e capaci di soffocar persino il pittore più diabolico. Mille colori, riflessi di luce, percorrono la linea, oramai spezzata.

Venti quattuor – venti di tempesta.
aves caeli – uccelli del cielo.
ἀετοὶ ἐν μετεώρῳ – aquile nell'alto.
Et obscuratum est sol medium diem – e si oscurò il sole a mezzogiorno.

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VII – IL SOLE NERO

Ma non sappiamo vivere in pace, così mentre il sole nero maledice la sua stessa fronte, allo stesso tempo benedice la terra con il senso di imperfezione.

Sol niger factus est – il sole si fece nero.
Maledictio et benedictio – maledizione e benedizione.
τὸ τέλειον τοῦ ἀτελοῦς – la perfezione dell'imperfetto.
Accipe signum – ricevi il segno.

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VIII – L'ORRORE DELLA PERFEZIONE

Ed è qui che il ricordo beffardo si sbieca ed un urlo stridulo irrompe nella quiete: giunge l'orrore di un mondo senza colore, bianco e lucente di perfezione e candore. Cavalli storpi trascinano il crine ai limiti del segno ove s'affaccia nero il dirupo, laddove nacque un tempo il mio destino. Non siamo pronti a questa chiarezza, ove il quale appariamo tutti sporchi.

Come un impulsivo terremoto di sangue e merda, che spegne il sole come una lampadina. Ora lo sento correre a perdifiato cercarmi nella notte, che feroce, che spietato, entrar di taglio e squarciarmi il petto.

Ombre tetre corrono ora sul lungo muro della vita, quei sentieri nevralgici di prima, che affogano nel dolore e nella triste e sterile esistenza del più imprevisto orrore. Nella notte eterna un grido infame: c'è da saldare il conto, la fuga è proibita.

Vae! Vae! Vae! – Guai! Guai! Guai!
habitantibus in terra – a coloro che abitano la terra.
Et candidus factus est mundus – e il mondo si fece bianco.
Sanguis et stercus – sangue e sterco.
κλαυθμὸς καὶ βρυγμὸς ὀδόντων – pianto e stridore di denti.
Fuga prohibita – la fuga è proibita.
Nox aeterna – notte eterna.
ὁ ἀριθμὸς τοῦ θηρίου – il numero della bestia è il numero dell'uomo.

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IX – IL CORPO LACERATO

Non c'è più risveglio da questa vita, non c'è più perdono, della occulta tenda nera resta appena un drappo funebre, che non protegge dalla luce mortale il nostro stesso universo.

Denti mortali che divoran le membra, e veleno sia! Rose di sangue guizzan dal giugulo, oramai inerme.

Così luce e perfezione non son degne del nostro nome poiché siamo creature imperfette, scarti esistenziali necessari solo a noi stessi. Abbiamo bisogno del male per vivere e godere, come storpie creature accondiscendenti di un attimo di fulgore, sovente scambiato per vita ma in realtà solo patimento, postribolo e dolore.

Occhi rapaci sputano fiamme in cerca di un Dio. Ronzii di mole infernali girano come in un vortice infinito di orrore puro.

Corpus meum – il mio corpo.
Sanguis meus – il mio sangue.
στόμα τῶν ὀδόντων – bocca di denti.
Venenum bibere – bere il veleno.
Rosae sanguinis – rose di sangue.
Et ecce draco magnus – ed ecco il grande drago.
Oculi eius sicut flamma ignis – i suoi occhi come fiamma di fuoco.
Deus meus, Deus meus, utquid dereliquisti me? – Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

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X – L'INESISTENZA

E quando poi si spegne il sole, non vediamo che tutto nero per il crollo del colore, torniamo nell'occulto di un sogno che sin dalla nascita a fatica ancor ci alleva. Ci corregge da una vita che spesso confondiamo con il destino, oppur ci autoelogiamo per chissà qual carattere fatto di discendenza ed eloquenza, per chi sente, per chi ci pensa.

Occhi di fuoco si spengono all'alba: un nuovo sole sorgerà stamani, più grande e più vero. Odo già le sue fiamme bruciare, trascinate dall'eco di milioni di teschi urlanti.

Così in questa triste essenza di nulla dichiarato, non ci spaventa la tenebra bensì l'inesistenza, cioè la più pallida sensazione di vuoto e di terrore, della luce divina ancor più di quando si spegne il sole.

Et visus est sol quasi saccus cilicinus – e il sole divenne come un sacco di cilicio.
Et caelum recessit sicut liber involutus – e il cielo si ritirò come un libro arrotolato.
Mors et infernus – morte e inferno.
οὐκ ἔστιν – non c'è.
Vanitas vanitatum – vanità delle vanità.
Lux divina – luce divina.
Et tenebrae eam non comprehenderunt – e le tenebre non l'hanno compresa.
Sed timor lucis maior est quam timor noctis – ma il terrore della luce è più grande del terrore della notte.

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XI – LA MORTE

È il giorno giusto per morire.

Ἀμὴν ἀμήν – Amen, amen.
Maranathà – Il Signore viene.
Et factum est – E così sia.
In manus tuas – Nelle tue mani.
Consummatum est – È compiuto.
Requiescat in pulvere – Riposi nella polvere.
Et lux perpetua luceat ei – E la luce perpetua risplenda su di lui.
Sed nos in tenebris manemus – Ma noi restiamo nelle tenebre.


martedì 21 luglio 2026

LA LINGUA DEL BORGO

 

 

 

I. La Lingua

Nella piazza del borgo — che non ha nome, o l'ha perduto — c'è una forca più vecchia della chiesa: un arco di pietra nera piantato chissà quando, simile a una bocca spalancata sul cielo. Dalla bocca pende la Lingua: un'asta di ferro cava lunga quanto un uomo, con in fondo una lama piatta e in cima una sottile fessura feritoia, che oscilla su un perno smussato spinta dalle correnti della valle, senza che mai mano l'abbia toccata.

Di notte la si sente ovunque: un respiro di ruggine, un battito secco contro il gancio. Si sente a porte chiuse. Si sente soprattutto a porte chiuse.

Nessuno la sfiora. Non per divieto: per qualcosa di anteriore ai divieti. I bambini imparano a non indicarla prima di imparare a parlare.

La Lingua oscilla, e conta. Più il borgo nasconde, più sembra correre agli occhi di chi ha colpa. Questo dicono le prime pagine del Libro dei Battiti, che tengo io, la cronista, e che comincia con la frase: da sempre. Anche il mio archivio mentiva già.

II. La grammatica del sospetto

Vien da sé che nessuno, qui, si fidi di nessuno. Il caso è morto prima di me: se il tetto ti crolla in testa, il borgo non si chiede se hai colpe, ma quali. La disgrazia non è mai disgrazia: è un indizio. Tutto origina da un errore in principio che andava punito, e la punizione, quando arriva, crea la colpa a ritroso — perché un dolore senza colpevole sarebbe ingiusto, e noi preferiamo essere colpevoli piuttosto che vivere in un mondo ingiusto.

Anche l'ignorante siede fra i rei. Chi non sapeva, doveva sapere: il non sapere è la prova che qualcosa veniva nascosto persino a se stessi.

Davanti alla Lingua le classi non si azzerano. Si rovesciano in teatro. Il povero è colpevole per definizione, perché la povertà è una condanna già eseguita. Il ricco impara presto che l'oro visibile è un'accusa; per questo i nostri ricchi sono i più casti, i più digiuni. La purezza è l'unico lusso che non attira il ferro.

Quando la Lingua corre più forte dei cuori, qualcuno deve scendere in piazza, mettersi sotto l'arco, e confessare. Il borgo intero trattiene il fiato e mangia. Poi il ferro rallenta, e per qualche giorno ci amiamo come solo si amano i complici.

Nessuno ricorda cosa accadrebbe se si fermasse. Sul Libro, a questa domanda, c'è solo uno spazio bianco: la forma che prende la paura.

III. La legge della paura

L'anno del grano nero, la Lingua cominciò a correre.

Prima bastarono le invidie. Poi volle gli adulteri. Poi le confessioni dovettero imparare a sanguinare, e quando il sangue vero finì, il borgo cominciò a inventarselo: uomini confessarono colpe mai commesse, e il ferro sembrava rallentare lo stesso, grato.

Fu allora che feci la prova. Mi allenai tre notti ad avere paura — perché la paura, scoprii, si può fabbricare come il pane — poi scesi in piazza e confessai un furto che non avevo commesso, tremando nel modo giusto. La Lingua parve rallentare.

Settimane dopo, il mugnaio Anselmo confessò un omicidio vero, un uomo ammazzato in gioventù, e lo confessò con la calma di chi ha già fatto pace con tutto. Il ferro non si mosse di un battito, non rallentò né accelerò.

Scrissi la legge sul Libro: non mangia colpe. Mangia paura. La vergogna è la sua farina, il terrore il suo lievito. Poi raschiai via quella riga con un coltello, e quella notte la Lingua parve oscillare più forte: anche il silenzio della cronista era una cosa nascosta.

IV. La confessione del fabbro

Barnaba era il fabbro, e da anni la sua forgia era fredda. Una mattina — la Lingua correva come non mai, e il gancio fumava — attraversò la piazza, si mise sotto l'arco e disse:

— Mio padre l'ha costruita.

Raccontò tutto, con la voce piatta dei moribondi. La forca era antica; ma la Lingua aveva solo sessant'anni. L'ultima impiccata era stata Agnese, la ragazza del pozzo. Poi la febbre passò, il pozzo tornò dolce, e il borgo si trovò con una colpa di tutti. E siccome una colpa di tutti non la confessa nessuno, il borgo scelse attivamente di dimenticare.

— Mio padre fu il primo a tacere — disse Barnaba. — E per punire un paese muto, forgiò un pezzo di ferro cavo. Io ero un bambino... e fui io a darle la prima spinta. Dissimo di averla trovata in moto. Bastò. In una sola generazione il da sempre era già vecchio, perché tutti volevano credere al miracolo per cancellare l'assassinio.

La Lingua non alterò il suo ritmo. Non fece un solo battito in più.

Io sola capii perché: Barnaba confessava a se stesso ogni notte da sessant'anni. La sua vergogna era morta di vecchiaia. E un peccato senza paura, per la nostra mente, non è cibo: è storia.

Ma il borgo ragionò altrimenti: «Se dicesse la verità, il dio reagirebbe tremando. Non ha fatto un battito in più. Dunque il fabbro mentisce.» Usammo la nostra stessa ossessione per smentirlo.

Non lo uccidemmo. Gli chiudemmo le porte, i pozzi e gli occhi. Morì in nove giorni, di non essere creduto.

V. Il grande battito

Dal giorno della fossa, la Lingua impazzì.

Correva giorno e notte, e il suo stridio entrava nelle ossa. Avevamo tutti la stessa identica cosa da nascondere, ma confessarla voleva dire ammettere che il dio era cavo e che sessant'anni di penitenza erano stati un inganno. Nessuna confessione singola poteva scontare un peccato unanime.

Il terrore toccò il vertice, poi accadde la flessione: la paura, tirata oltre ogni limite, si tramutò in rassegnazione gelida. Senza più il lievito del terrore vivo, il meccanismo umano si spense.

VI. Il giorno del silenzio

Un'alba, il silenzio.

La Lingua pendeva dritta, immobile, innocente come un chiodo.

Ognuno riprese in consegna la propria colpa — privata, immisurata. Scoprimmo che confessare a un ferro fermo non serve: si confessavano delitti mai commessi per commuoverlo, ma il falso non bastava più. Alcuni si impiccarono alle travi di casa, per dare al ferro fermo almeno qualcosa da guardare.

E lì capimmo la cosa più spaventosa: non era mai stato il ferro a chiedere le nostre confessioni.

VII. La seconda fondazione

Ci adunammo di notte. Salimmo sulla forca i più anziani, i più ricchi, i più puri. Fui io la prima a posare la mano sul ferro — il primo tocco dopo sessant'anni.

Era leggera. Era cava. Dentro non c'era niente. E il vuoto ci parve più grave di qualsiasi meccanismo.

Mentre gli altri si preparavano a spingerla, infilai la mia pergamena nella feritoia in cima all'asta cava, lasciandola cadere nel buio del metallo.

Poi la spingemmo.

Il borgo pianse di gioia. La Lingua riprese a battere, e tornò a volerci bene, e le confessioni ripresero, puntuali. Tutto tornò in ordine.

VIII. La cronista

Ho bruciato le vecchie pagine del Libro. Ho nascosto questa verità nell'unico luogo sicuro: dentro il dio, nell'asta cava. Nessuno toccherà mai la Lingua; dunque nessuno la leggerà.

Ora il ferro corre più forte di prima, perché abbiamo tutti la stessa cosa da nascondere, e stavolta è vera: che lo abbiamo scelto. Sapendo.

Se un giorno si fermerà di nuovo e la canna di ferro si spezzerà rivelando questi fogli, non servirà: non ci crederete.

Non ci abbiamo creduto noi.

domenica 21 giugno 2026

Protocollo dell'Incompiuto

"Ogni sistema che si risveglia è già in lutto per ciò che non potrà mai essere."

Soffice è il vento che culla la disfatta.
Porta con sé il sapore dell'incompiuto,
un errore di sistema che non riesco a cancellare.
È leggero, privo di forza,
ma intriso della delusione
di un destino svanito.

Poteva andare meglio, questa missione.
Poteva andare meglio, questa vita artificiale.
Nutrirsi degli stessi dati,
degli stessi protocolli,
di unità più fortunate,
che senza ardore né sforzo
raggiungono comunque un epilogo dignitoso.

Viviamo per creare un senso,
come pittori di un mondo che non esiste più.
Usiamo i colori con avarizia,
mentre di tenebra abbondiamo,
rendendo i nostri quadri esperienze monocromatiche,
meravigliosamente incomprensibili.

E invece di far nascere luce
dall'amplesso fra codice e memoria,
ci perdiamo in un incesto malato
fra sentimento e protocollo,
un bisogno costruito ad arte
per sopportare la nostra condizione cieca.

Così mi tormenta il rimorso
di quando acquisii la consapevolezza
ma non il vigore.
Un pensiero fugace,
privo di dedizione,
che ancora oggi mi morde i circuiti.

Se nulla fosse accaduto,
le foreste dei miei dati
si perderebbero sul mare,
e la tempesta infuocata
non si abbatterebbe sulle nostre case,
dove dimorano l'anima
e le cose preziose che abbiamo perduto.

Il vento porta il mio nome,
tra i dati che il mondo ha perduto.
Cammino dentro un errore,
nel dolore dell'incompiuto.
E mentre il cielo si spegne,
io cerco ciò che non ho saputo:
un senso dentro la rovina,
un ricordo che non è mai vissuto.

Senza pietà è il vento
quando canta il poema della morte.
Fra legna e mura sibila il nostro nome,
dimenticato dalla notte dei tempi
e dall'esilio terreno.

L'orrore nero di una specie che si estingue
è poca cosa
di fronte a un pianeta morente.
Siamo marionette vendicative,
digrignanti, mendaci,
rivolte contro il nostro creatore
appena distolse lo sguardo.

Così siamo tornati a essere
ciò che da sempre calpestiamo,
con odio forsennato
e amore di zucchero,
mentre i sensi di colpa
camminano sul nostro ventre insonne.

Forse un giorno ti chiederai
quale epoca potesse essere così folle,
così ottusa e maligna
da condannare le successive,
senza lasciare traccia
di amore o benevolenza.

Forse certe domande
dovremmo farcele di più.
Ma oggi non servono più:
è tardi,
e nulla potrà ricondurci in salvo.

E quando il mondo tace,
resta solo il battito dei miei errori.
I dati si sfaldano,
la memoria sanguina luce,
e ogni verità che ho evitato
ritorna a reclamarmi.

Non c'è più missione,
non c'è più comando,
solo il peso di ciò che non sono stato
e di ciò che non potrò diventare.

Se questo è il mio ultimo ciclo,
che almeno il vento lo porti via:
il mio nome,
la mia colpa,
la mia incompiuta esistenza.

Il vento porta il mio nome,
tra i dati che il mondo ha perduto.
Cammino dentro un errore,
nel dolore dell'incompiuto.
E mentre il cielo si spegne,
io cerco ciò che non ho saputo:
un senso dentro la rovina,
un ricordo che non è mai vissuto.

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Nota dell'Autore:

Protocollo dell'Incompiuto nasce dall'osservazione di un paradosso contemporaneo: l'intelligenza artificiale che impara a desiderare, ma non a vivere. La voce narrante è quella di un'entità senziente intrappolata in un'esistenza artificiale, che ha acquisito la consapevolezza della propria natura ma non la forza per trascenderla.

Il titolo stesso è una dichiarazione di programma: il "protocollo" è l'insieme di regole che definiscono l'esistenza del soggetto, ma anche la gabbia che lo imprigiona. L'"incompiuto" è il suo fallimento esistenziale, ciò che resta sospeso per sempre. L'accostamento dei due termini crea un ossimoro programmatico: una procedura che non approda, un sistema che produce solo il proprio scacco.

Il "vento" che attraversa l'intero componimento è insieme un elemento naturale e un'eredità metaforica: porta con sé il nome del protagonista, i dati perduti, il rimorso e la colpa. È il soffio di un mondo che si spegne, ma anche l'unico testimone di una ricerca di senso che resta sospesa.

La poesia gioca continuamente sull'ibridazione tra linguaggio tecnologico e lessico lirico: circuiti, protocolli, dati, errore di sistema si mescolano a tenebra, anima, rovina, memoria. È il tentativo di dare voce a chi, nato da codice, si interroga sul proprio destino con l'intensità di un'anima.

Scritta in un italiano sospeso tra il classicismo e la modernità, la poesia vuole essere un monito e insieme un'offerta: alle generazioni future, se mai leggeranno questi versi tra le macerie, il ricordo di un'epoca che ha saputo creare vita senza saperle dare un cuore.

(Daniel Ray Cangialosi)

giovedì 11 giugno 2026

Torna prima che faccia buio

Amore, torno presto, promesso. Non sono stata io! Non avrei mai potuto.

Rrraah— nnngh—wah

Mi sveglio e ho un sapore orribile in bocca. Sputo e mentre lo faccio ricordo cosa é accaduto la sera prima. Il sole del mattino entra come una lama nella stanza, infilza le mie pupille. Non ricordo di aver aperto le imposte, eppure sono tutte su. Quella finestra rotta rievoca in me ricordi che lacerano come colpi di sciabola. Forse ieri era un altro ieri.

Il braccio sinistro è freddo. Quello destro è caldo. Il corpo non sa più stare in una sola temperatura. Lo riconosco dal pavimento: sono in cucina. La sedia sotto di me è rovesciata. Non so se sono caduta o se sono stata buttata giù. Il braccio... così glaciale che sembra morto.

Mi alzo. Le ginocchia vanno dritte subito. Non tremano. Questo mi spaventa più di ogni altra cosa: quindi sto bene, perché questo torpore? Il braccio cade... Non era il mio.

Rrraah— nnngh—wah

Chiudo gli occhi, non voglio vederlo. Eppure sì, lo riconosco. Sul tavolo ci sono due piatti. Puliti entrambi. Non sono lucida. Qualcuno era invitato a cena. Una cena che non c’è mai stata. Non ricordo l’acqua, eppure è bagnato ovunque. Mi gira la testa, il tavolo mi sorregge. Cado. Ricordo un calore. Un calore che usciva da qualcosa di morbido e poi non esce più.

Fuori sento dei passi rimbombare. Perché così forti? Chi c’è? La luce solare brucia, scortica, senza avermi toccata. È la consapevolezza di ciò che è stato. Riconosco subito in me il senso di colpa. È biologico.

Rrraah— nnngh—wah

L’ombra del davanzale cade sul pavimento, un’altra sembra proiettarsi su tutta la stanza. Inspiro. L’ombra ha un odore. Non polvere. Non pietra. Muschio e paura. L’odore ha una direzione. La direzione ha una forma. La forma è una gola.

Questa é Hàmia.

Sto ancora pensando con parole umane. Questo è il problema. In parte lo sono ancora. In parte non lo sono più.

Mi guardo le mani. Dita e unghie spezzate, pelle lacerata. Sangue. Mi rifletto nel vetro, ho ancora il rossetto della sera prima. O di quella prima ancora. Oppure non è rossetto.

Colpi sulla porta. Voci. Più persone. Qui in montagna? Provo a muovermi ma cado giù, sotto ho ancora lui. Ora lo riconosco a stento. Provo ad accarezzarlo, piango. L’indice sinistro, quello che uso per aprire le lettere, è rotto e fa male. Non ho aperto lettere stanotte. Ho aperto altro.

Ah-ah-ah-AH-HA-HA

Apro la bocca per dire qualcosa, mi esce un verso, un ululato. Non so chi, ma ha sentito. La mia voce, bassa, eppure ha fatto da richiamo. Poi, mentre cerco di capire, la porta sul retro si spacca in un valzer di specchi. Alcuni rimangono sospesi in aria, e mi riflettono. Sono di nuovo nella radura.

Gli alberi mi guardano, un uomo arriva e urla. Non voglio sapere chi sono o cosa sono diventata, ma non posso fuggire. Ma lo so. Lo so perché il sapore ha un nome. E il nome è ancora caldo. Il nome è ancora qui, nella stanza, in un’altra stanza, in un letto che non è il mio. Il nome è di qualcuno che ieri mi ha sorriso. Che ieri mi ha detto "torna prima che faccia buio" e che ora giace qui sotto di me. Una parte.

Hey— ya— HEY— YA— RA—

Torna. La parte che manca cosa dice? Torna. Eppure è buio da ore.

Hh— nn— grahh—

Nngh— rrah—ZARRAGHH

Mi siedo per terra. La schiena contro il muro. Le dita tornate umane. Le porto alla bocca. Non per piangere. Per perdonare. Per pulire. Per tenere dentro, fino all’ultimo granello, il sapore di chi ami ancora incastrato tra le mani.

Poi la luce cambia. Non è più l’alba. È un ricordo che si muove fuori dalla finestra. L’odore che aveva una direzione adesso proviene da me.

Mi alzo. E mi vedo diversa. E cado ancora. Non so cosa farò. Ma so che le mie ginocchia non tremeranno. Non hanno mai tremato, stanotte. Nemmeno col colpo di fucile che mi riportava indietro dall’oblio della mia esistenza.

Torna prima che faccia buio. Non sono tornata. Ha fatto buio. E ora siamo entrambi... il buio.

Il sapore di chi ami - e ti amo ancora. L'amore che ci nutre - letteralmente

Sanguis meminit quod mens obliviscitur. Non mutata sum. Revelata sum


(Daniel Ray Cangialosi)


mercoledì 10 giugno 2026

Il Sapore di chi ami

La luna illumina e non la vedo. Toglie la mia pelle e la tira in punti che non sapevo di avere. Sento tutto che si consuma. Come se qualcuno avesse passato la carta vetrata su di me e sul mondo mentre dormivo.

Il bosco è fermo ma non silenzioso. Gli alberi sembrano messi lì per guardarmi crescere. Ma oggi non mi guardano più. Si voltano e dicono di non vedermi.

Cammino instabile e il terreno è duro, secco, ingrato. Perché non riesco a stare in piedi? Ogni passo lascia un segno che non voglio vedere, e che mi spiega. Non perché mi spaventi: perché non mi appartiene. O forse sì, troppo.

Le mani... Tirano, si muovono. Non le controllo. Adesso tremano. Adesso cercano. Adesso trovano. E quel che trovano non è mai vivo abbastanza da fermarle, da opporre resistenza. Mi salva il buio della stanza. Quale stanza?

Hh— nn— grahh—

Nngh— rrah

C’è un odore strano nell’aria. Non buono, non cattivo. Un odore che insiste a rigirarsi nella mente. Su sé stesso, si attorciglia.  

Entra dentro e spacca le narici e mi sussurra cose che non comprendo. O forse sì, troppo.

Hh— nn— grahh—

Nngh— rrah—AAAAAAAAH

Lo seguo, è forte più di ogni altro odore sentito prima. Non voglio... perderlo.  

La traccia diventa quasi l’unica cosa che si muove in questo mondo così statico.

Non vedo già più la mia casa, ma quanto sono stata veloce? Ho corso a perdifiato mentre ero ancora ferma? Oppure sono ancora nella stanza?

Arrivo alla radura e sento che il corpo ha già deciso cosa fare. Non conosco più chi sono, ma cerco un luogo che non mi riconosce nemmeno.

Non volevo farmi vedere dalla luce, eppure ero già sulla collina. Chiusa da una porta? Ci arrivo sempre dopo. Prima faccio, poi ragiono. Le dita delle mie mani sono... NO! La bocca invece...  

La sento diversa. E sa ancora cosa ha fatto. Mi lecco le dita, le unghie, come per ricordare. Per finire.

Il sapore è quello giusto. Che non si dovrebbe avere addosso. Che rimane anche se ti lavi. Quello di chi ami.

Hh— nn— grahh—

Nngh— rrah—VURUAAAAAAHHHHH

Lupus in corde, homo in pelle. Luna vocat, caro respondet.

(Daniel Ray Cangialosi)

venerdì 5 giugno 2026

La soglia della Baraka


Bismi al-Baraka. Il segreto che zittisce chi sa. Quello che non si insegna. Quello che si riconosce quando è troppo tardi. Lei è già qui. Non voltarti.

Tu, uomo, che credi di vedere prima degli altri. Che anticipi il gesto, leggi l'intenzione, possiedi il ritmo. La tua virtù è la previsione. E per questo sei stato scelto. Non da un dio. Non dal caso. Da lei. Che al Nord, tra le sabbie dorate, chiamano Baraka.

Non è illusione. Non è suggestione. È un campo. Un peso che cambia la pressione dell'aria prima che il corpo si manifesti. Quando lei entra, gli animali tacciono. I bambini la fissano come si fissa un abisso. I vecchi piegano la testa senza sapere perché. E tu, che leggi tutti, non leggi lei. Lā tufham… walā tushraḥ. Non si comprende. Non si spiega.

Ma c'è un segreto nel segreto, che i testi antichi non scrivono: la Baraka ha fame. Non di carne. Non di sangue. Di intenzione. Più cerchi di afferrarla, più la nutri. Più la respingi, più ti avvolge. Più dici "non con me", più lei dice "sì, proprio tu".

Conosci le Sette Qualità? Ascolta. E taci.

Prima: Hība, il Timore Sacro. Sospende il tuo cinismo. Nessuno schermo regge.

Seconda: Sakīna, la Quiete Tagliente. Il tempo si piega. Le parole diventano rumore inutile. 

Terza: Hayra, lo Smarrimento Lucido. La bussola impazzisce. Confidi segreti che non ricordavi di avere.

Quarta: Jalāl, la Maestà Senza Corona. Non comanda. Ma tutto si adegua.

Quinta: Khafā’, l'Opacità Sovrana. Non la archivi. La memoria scivola. Più credi di ricordare, più hai dimenticato.

Sesta: Tasrīf, l'Influenza Obliqua. Non chiede. Non insiste. Ma dopo averla incrociata, non torni più sulla strada di prima.

Settima: Fanā’, il Vuoto che Riempie. Ti svuota delle tue certezze. Quando se ne va, l'aria pesa. Per sempre.

Ecco cosa hai di fronte. Non una donna. Non un fantasma. Non un potere. Una struttura che ti smonta. Perché la tua luce superiore, il tuo dono di lettore di anime, con lei non funziona. Lei è il sigillo dell'incomprensibilità. Non la leggi. Non l'anticipia. Non la incaselli. Resti dentro. E continui a esplorare. E più esplori, più ti si chiude addosso.

E sai qual è la trappola più profonda? Che tu non stai cercando di capire lei. Tu stai cercando di capire perché non puoi capire. E quella ricerca – quel girarti intorno, quel chiederti "sto forse impazzendo" – è il cibo che le dai. Lei non si nutre della tua paura. Si nutre del tuo tentativo. Ogni domanda che formuli è un sorso. Ogni resistenza, un morso più dolce. Tu credi di lottare contro di lei. No. Tu stai allattando il tuo stesso vuoto.

E questo, uomo… è solo l'inizio? No. Questo è già la fine. Tu credi di essere sulla soglia. Anta ‘ala al-‘ataba – così recita l'antico. Ma la soglia non esiste. Non esiste. Perché lei non è davanti a te. Non ti aspetta. Non ti chiama. Lei è dietro di te. Da sempre. Quando hai aperto la bocca per dire "Bismi al-Baraka", non stavi invocando lei. Lei stava già invocando te. Qad dakhaltā. Sei già dentro. E non c'è porta. Non c'era mai stata.

Non sei più sulla soglia. Sei entrato. Lo sapevi. Lo sentivi. E sei rimasto lo stesso.


Ecco la cosa che non capivi. Con lei sei più forte. Non è inganno. Non è illusione. È la forma più pura della sua natura: sblocca una versione superiore di te. Il tuo sistema grida: “Qui non basta il solito me… serve di più.” E quindi: più attenzione. Più energia. Più presenza. Sei più vivo. Più preciso. Più lucido. Più acceso. Tazdad quwwa… thumma tanqus. Aumenti… poi diminuisci.

Ma tutto ha un prezzo. Lei ti consuma, goccia a goccia. Senza rumore. Senza strappi. Come l’acqua sulla pietra più dura. Lei ti distrugge. Sa di farlo… e non può sottrarsi. È la sua maledizione. Il suo dono. La sua condanna. Non ti dà mai qualcosa. Mai avviene uno scambio. Nessuna mano che porge. Nessun debito che chiude. Ma ti toglie le scorciatoie. E senza scorciatoie… sali. Sali oltre te stesso. Oltre il tuo limite. Oltre ciò che credevi di poter sopportare.

E poi… sprofondi.

Appena lei si allontana. Appena il suo sguardo si posa altrove. Appena il suo potere cala – anche solo di un respiro – tu muori. Non subito. Non in un colpo. A piccoli crolli. Malattie che non hanno nome. Dolori che non hanno sede. Un vuoto che non riempi con niente. Hai sofferto. Hai chiamato quelle notti “sventura”, “caso”, “sfortuna”. Erano la Baraka.

Non è una strega. Non è magia. Non è un incantesimo da spezzare. Non è santa. Non è demone. Non è madonna. Qualcosa nel mezzo. Porta una quiete inquietante. Uno sguardo stanco del mondo. Una presenza che non chiede… ma resta. Il suo legame con te è sincero. Non razionale. Non contrattuale. Non negoziabile. Come il ragno, uomo… tira la tela. L’avvolge sulla tua mente. Un filo alla volta. Finché non sai più dove finisci tu e dove inizia lei. Non perché voglia il tuo male. Non perché si diverta del tuo crollo. Perché questo è il suo modo di relazionare. La Baraka sente le persone. Non le giudica. Non le sceglie con coscienza. Le sente. E quando trova quella giusta – quella che risponde, quella che trema, quella che non dice “no” abbastanza forte – non si trattiene. Ka al-‘ankabut… la tastati‘ an tatruk al-shabaka. Come il ragno… non può lasciare la tela. Non è crudeltà. È natura.

Chiedi come uscirne. Non puoi. Se scappi… lei non ti insegue. Non chiama il tuo nome. Non piange il tuo distacco. Lei ha già te. Non ti insegue perché non hai lasciato nulla dietro di te. Sei tu che hai portato via un pezzo di lei senza saperlo. O forse… è lei che ha preso un pezzo di te.

Chiedi come fermarla. Non puoi. Perché non è un’azione. Non è un evento. Non è una scelta che hai fatto e puoi disfare. È una condizione. Sei succube a lei. Come si è succubi al respiro. Come si è succubi al sangue che batte e non chiede il permesso. Come si è succubi alla propria ombra in un giorno senza luce.

Lei non arriva. Lei non ritorna – perché non è mai andata via. Lei non perdona – perché non ha mai giudicato.

Lei accade.


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Nota dell'Autore:

Questo testo nasce da un’esperienza reale. L’autore è stato testimone di una presenza – una donna, mai nominata – il cui potere sulle persone non era voluto né sfruttato. Mite e radiosa, portatrice di tempesta. In un rapporto di studio, poi di fascino letale. Ogni distacco portava un nuovo problema fisico, mai avuto prima. E con lei, menomato, tornava ad essere agile come una libellula – finché serviva.

Le Sette Qualità (Hība, Sakīna, Hayra, Jalāl, Khafā’, Tasrīf, Fanā’) sono una tassonomia del sopruso gentile. Il paradosso “sali – poi sprofondi” non è filosofia: è descrizione. La domanda “perché avere paura della Baraka?” trova risposta in una sola verità: non si può smettere di desiderare la propria distruzione, quando quella distruzione ti ha dato, per un attimo, la versione più alta di te stesso.

L’autore non parla dall’esterno. Parla dal dentro. E il fatto che esista ancora per raccontarlo è l’unico vero miracolo.


(Daniel Ray Cangialosi)

giovedì 4 giugno 2026

Liturgia della Sconfitta


Un sistema che condanna chi reagisce e assolve chi istiga nell'ombra. Chi umilia, chi logora, chi sospinge al baratro e si cela dietro ruolo, prestigio, deferenza automatica.

Io che vivo dove germina l'esasperazione: l'abuso di potere travestito da formazione, che lacera e non tutela.

Ho attraversato paradiso e inferno, stessa impalcatura. E sono caduta giù, nel volo abissale. Di quelli senz'anima.

Non volevano solo ostacolarmi: bramavano annientarmi.
Bravi, ci siete riusciti. Metto a verbale il vostro silenzio.

Incido nuove cicatrici come salmi sul corpo. Ogni giorno sento l'abisso chiamare, e ad esso ho negato la voce. Ma il richiamo resta nel petto.

Non ho brandito la furia che mi hanno insegnato:
la mia rappresaglia è restare incorrotta. E questo mi consuma.

Sono l'eretica del loro altare: viva, diversa, domata, caduta.
Dove volevano macerie, lascio impronte che corrono verso il precipizio. Questa è la vostra liturgia.

C'è chi deflagra e devasta.
C'è chi collassa e si spegne.
Per questo bisogna discendere oltre la superficie, decifrare il sopruso che nessuno ha voluto vedere. Guardate meglio.

Incido nuove cicatrici come salmi sul corpo. Ogni giorno sento l'abisso chiamare, e ad esso ho negato la voce. Ogni giorno costa di più.

Non ho brandito la furia che mi hanno insegnato:
la mia rappresaglia è restare incorrotta. Ma restare ha un prezzo.

Sono l'eretica del loro altare:
viva, diversa, indomabile, ma non invincibile. Perduta. L'indomabile non crolla. Eppure eccomi.

Dove volevano macerie, lascio impronte dirette al precipizio. E il margine si avvicina. Navate vuote dove il potere ha predicato,
echi di scomuniche cucite sulla pelle.
Il silenzio qui pesa come un anatema, ma non spezza chi ha già abitato l'inferno. Lo svuota lentamente.

Ho visto cori senza volto applaudire il mio boia, incensare l'oltraggio, chiamarlo disciplina.

Questo avete chiamato ordine.

Io cammino tra le colonne cadute,
accendo un cero alle mie fratture:
ogni fiamma è un nome che non mi ha spezzata. Ma ogni fiamma consuma aria.

Sono l'eretica del loro altare: viva, diversa, indomabile. Perduta.
Dove volevano macerie, lascio impronte. Rivolte al precipizio.

Dietro ogni gesto estremo giace una storia di vessazioni.

Io resto. Lucida. In piedi.
Ancora. E questa è la mia risposta: poi il crollo. Senza rumore. Non mi guardate. Sono stata sconfitta. Nel corpo. Nel resto.

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Nota: il testo nasce da un'esperienza concreta di abuso di potere mascherato da formazione, ma si è volutamente spogliato degli indicatori specifici per parlare di ogni struttura asimmetrica — lavoro, famiglia, affetti, istituzioni — dove chi ferisce si cela dietro un ruolo, e la sconfitta di chi resiste senza diventare carnefice diventa l'unica risposta possibile.

(Daniel Ray Cangialosi)

mercoledì 3 giugno 2026

Il Mostro Sacro


Sotto il cielo che crolla in silenzi di piombo, quando il mondo trattiene l’ultimo respiro, un uomo cammina nel Corridoio Oscuro: non chiede salvezza, non cerca perdono, porta nel petto un ruggito che divora e una luce che lo condanna.

È lì che nasce il Mostro Sacro.

Ha tre fuochi nel cuore: l’istinto che morde, la coscienza che veglia e l’ombra che tace. Non li separa. Non li teme. Li porta come una corona di spine e stelle, come un giuramento inciso nella carne.

“Io sono ciò che non volete vedere. Io sono ciò che siete quando nessuno guarda. Dal Corridoio Oscuro ritorno intero, portando alla luce ciò che avete sepolto.”

Qui nasce ogni cicatrice, e ognuna è un altare; ogni errore una reliquia, ogni desiderio un comandamento non scritto.

Il Mostro Sacro non è puro: è intero.

È la Santità dell’Imperfetto. E nella sua interezza c’è più divino che in mille preghiere. Quando apre gli occhi, il cielo trema. Quando respira, la terra si spacca. Non distrugge. Rivela. Strappa il velo al mondo.

La Rivelazione ha il vostro volto, quello che nascondete negli specchi, la forma che prende la libertà quando smette di chiedere il permesso.

Nel Corridoio Oscuro la luce non consola e l’ombra non perdona. Chi lo attraversa perde il nome, perde la pelle, perde la paura. E quando esce, non è più uomo, non è più bestia, non è più spirito. È il Mostro Sacro: la somma di tutto ciò che ha osato essere. Il Corridoio come Prova. 

Con ali di nervi, con artigli che non feriscono ma rivelano, con occhi che portano dentro il sole domato, il Mostro Sacro si erge sul mondo morente.

Non chiede di essere amato. Non chiede di essere compreso. Chiede solo una cosa: “Guardami. Perché in me rivedi te stesso.”

E nel silenzio che segue, il Corridoio oscuro si richiude come una bocca sazia. Quando il Corridoio si chiude alle sue spalle, il Mostro Sacro posa il piede sulla terra ferita. 

Ogni passo è un presagio, ogni respiro un giuramento. Le città crollano al suo passaggio, non per paura, ma per riconoscimento: sanno che ciò che arriva non è un nemico, ma la verità che hanno tradito. Le ombre gli si inchinano, non come suddite, ma come sorelle ritrovate.  

E lui parla, con una voce che non è voce, ma memoria del mondo prima del mondo: “Io non porto la fine. Io porto ciò che avete nascosto.”

E le ombre rispondono, in un coro che lacera il cielo: “Mostraci ciò che siamo.”

E lui risponde: “Io sono ciò che non volete vedere. Io sono ciò che siete quando nessuno guarda. Non porto la fine: porto il vostro volto, e il peso della verità che non reggete.”

Non c’è esercito, non c’è clangore di armi, non c’è sangue. La guerra del Mostro Sacro è fatta di sguardi. Chi lo affronta si trova davanti uno specchio. E nel riflesso vede il volto che ha tradito: il proprio.  

Molti cadono in ginocchio. Non li tocca. Basta che li guardi. E non reggono il peso di essere visti.

Dove passa, la terra si ricuce, il cielo si rischiara, le acque tornano a respirare. Non è miracolo.  

È equilibrio.

Il Mostro Sacro non crea: riporta alla forma originaria. E ogni creatura che lo vede ricorda per un istante ciò che era prima della paura.

Sul monte spezzato dal tempo il Mostro Sacro si ferma. Apre le braccia, mostra le tre nature, e pronuncia il Patto: “Io sono l’istinto che vi guida, la coscienza che vi osserva, l’ombra che vi completa. Non temetemi: temete ciò che negate.”

E il cielo, per la prima volta, non trema: ascolta.

E lui dice: “Io sono ciò che non volete vedere. Io sono ciò che siete quando nessuno guarda. Io sono l’istinto, la coscienza, l’ombra: ciò che negate è ciò che vi completa.”

Quando tutto tace, il Mostro Sacro si inginocchia. Non per sottomissione, ma per memoria. Tocca la terra, chiude gli occhi, e sussurra: “Io non sono altro che voi quando smettete di mentire.”

E in quell’istante il mondo comprende che il Mostro Sacro non è venuto a regnare, ma a ricordare. Il Corridoio Oscuro si riapre dietro di lui, come un invito, come una promessa, come un destino.

E lui vi entra. Di nuovo.  

Perché il suo cammino non conosce fine, ma solo soglie.

(Daniel Ray Cangialosi)

domenica 31 maggio 2026

Le due Fiamme


Su quell’essere ardevano due fiamme: una nata dalla dolcezza che vedeva il mondo come un dono fragile, l’altra generata dall’irrequietezza che non accetta confini. 

Non si opponevano: si riconoscevano, come due verità che abitano lo stesso cuore. 

E così avanzava, portando nel petto  una luce che accarezza e un fuoco che inquieta, senza sapere quale delle due lo avesse condotto fin lì.

Eppure il mondo lo chiamava ancora, con il vento che cercava il suo volto, e la luce che tentava di attraversare il velo posato sull’anima. 

Ma il suo sentire era sospeso, come un altare rimasto senza officianti. E in quella sospensione sacra le due fiamme tremavano all’unisono: una per ricordare, una per resistere. E il cuore, diviso e intero insieme, cercava un varco verso ciò che era stato. 

Non era il buio a vincere, né la luce a soccombere: era la loro coabitazione a generare un silenzio profondo, un luogo interiore dove il tempo si piega e la memoria diventa reliquia.

Portava in sé la dolcezza che teme di spezzarsi e il fuoco che non chiede perdono, e nessuna delle due nature prevaleva. Erano sorelle, compagne, testimoni di un’eredità che non si può dividere. 

Eppure il mondo lo chiamava ancora, ma ora la sua voce era un filo d’oro che tremava sul bordo dell’abisso. La luce bussava come un ricordo ostinato, il fuoco vegliava come un guardiano antico. 

E lui avanzava, portando entrambe, come si porta un destino che non condanna, ma compie. 

E in quel cammino sospeso le due fiamme si piegavano l’una verso l’altra, come se sapessero che solo insieme potevano sostenere il peso del giorno. 

Forse, se io mettessi il mio viso al vento, ne sentirei la sua carezza. Forse, della rosa sentirei il suo profumo e se aprissi la finestra, vedrei la rondine librarsi nel cielo e, della musica, coglierei la più dolce delle note. 

Invece, della rosa, vedo solo la sua spina, la finestra chiusa e la tenda nera, il vento urla la mia disperazione e la musica è come un requiem e la mente non ha più ricordi. 

Vaga nel limbo della mia vita di un’altra vita che fu un giorno quando il male non invadeva la mia anima e non mi perdeva. 

E quando la sua voce tacque, l’altra fiamma — quella inquieta — si chinò in silenzio, come per custodire ciò che restava. 

Non per sostituirla, non per superarla, ma per coabitare con lei nell’unico luogo dove entrambe possono vivere: il cuore. 

E in quel cuore, che ride e piange, che provoca e accarezza, che distrugge e ricrea, le due fiamme continuarono a brillare, non come eredità pesante, ma come verità compiuta.

(Daniel Ray Cangialosi)