giovedì 4 giugno 2026

Liturgia della Sconfitta


Un sistema che condanna chi reagisce e assolve chi istiga nell'ombra. Chi umilia, chi logora, chi sospinge al baratro e si cela dietro ruolo, prestigio, deferenza automatica.

Io che vivo dove germina l'esasperazione: l'abuso di potere travestito da formazione, che lacera e non tutela.

Ho attraversato paradiso e inferno, stessa impalcatura. E sono caduta giù, nel volo abissale. Di quelli senz'anima.

Non volevano solo ostacolarmi: bramavano annientarmi.
Bravi, ci siete riusciti. Metto a verbale il vostro silenzio.

Incido nuove cicatrici come salmi sul corpo. Ogni giorno sento l'abisso chiamare, e ad esso ho negato la voce. Ma il richiamo resta nel petto.

Non ho brandito la furia che mi hanno insegnato:
la mia rappresaglia è restare incorrotta. E questo mi consuma.

Sono l'eretica del loro altare: viva, diversa, domata, caduta.
Dove volevano macerie, lascio impronte che corrono verso il precipizio. Questa è la vostra liturgia.

C'è chi deflagra e devasta.
C'è chi collassa e si spegne.
Per questo bisogna discendere oltre la superficie, decifrare il sopruso che nessuno ha voluto vedere. Guardate meglio.

Incido nuove cicatrici come salmi sul corpo. Ogni giorno sento l'abisso chiamare, e ad esso ho negato la voce. Ogni giorno costa di più.

Non ho brandito la furia che mi hanno insegnato:
la mia rappresaglia è restare incorrotta. Ma restare ha un prezzo.

Sono l'eretica del loro altare:
viva, diversa, indomabile, ma non invincibile. Perduta. L'indomabile non crolla. Eppure eccomi.

Dove volevano macerie, lascio impronte dirette al precipizio. E il margine si avvicina. Navate vuote dove il potere ha predicato,
echi di scomuniche cucite sulla pelle.
Il silenzio qui pesa come un anatema, ma non spezza chi ha già abitato l'inferno. Lo svuota lentamente.

Ho visto cori senza volto applaudire il mio boia, incensare l'oltraggio, chiamarlo disciplina.

Questo avete chiamato ordine.

Io cammino tra le colonne cadute,
accendo un cero alle mie fratture:
ogni fiamma è un nome che non mi ha spezzata. Ma ogni fiamma consuma aria.

Sono l'eretica del loro altare: viva, diversa, indomabile. Perduta.
Dove volevano macerie, lascio impronte. Rivolte al precipizio.

Dietro ogni gesto estremo giace una storia di vessazioni.

Io resto. Lucida. In piedi.
Ancora. E questa è la mia risposta: poi il crollo. Senza rumore. Non mi guardate. Sono stata sconfitta. Nel corpo. Nel resto.

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Nota: il testo nasce da un'esperienza concreta di abuso di potere mascherato da formazione, ma si è volutamente spogliato degli indicatori specifici per parlare di ogni struttura asimmetrica — lavoro, famiglia, affetti, istituzioni — dove chi ferisce si cela dietro un ruolo, e la sconfitta di chi resiste senza diventare carnefice diventa l'unica risposta possibile.

(Daniel Ray Cangialosi)

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