giovedì 11 giugno 2026

Torna prima che faccia buio

Amore, torno presto, promesso. Non sono stata io! Non avrei mai potuto.

Rrraah— nnngh—wah

Mi sveglio e ho un sapore orribile in bocca. Sputo e mentre lo faccio ricordo cosa é accaduto la sera prima. Il sole del mattino entra come una lama nella stanza, infilza le mie pupille. Non ricordo di aver aperto le imposte, eppure sono tutte su. Quella finestra rotta rievoca in me ricordi che lacerano come colpi di sciabola. Forse ieri era un altro ieri.

Il braccio sinistro è freddo. Quello destro è caldo. Il corpo non sa più stare in una sola temperatura. Lo riconosco dal pavimento: sono in cucina. La sedia sotto di me è rovesciata. Non so se sono caduta o se sono stata buttata giù. Il braccio... così glaciale che sembra morto.

Mi alzo. Le ginocchia vanno dritte subito. Non tremano. Questo mi spaventa più di ogni altra cosa: quindi sto bene, perché questo torpore? Il braccio cade... Non era il mio.

Rrraah— nnngh—wah

Chiudo gli occhi, non voglio vederlo. Eppure sì, lo riconosco. Sul tavolo ci sono due piatti. Puliti entrambi. Non sono lucida. Qualcuno era invitato a cena. Una cena che non c’è mai stata. Non ricordo l’acqua, eppure è bagnato ovunque. Mi gira la testa, il tavolo mi sorregge. Cado. Ricordo un calore. Un calore che usciva da qualcosa di morbido e poi non esce più.

Fuori sento dei passi rimbombare. Perché così forti? Chi c’è? La luce solare brucia, scortica, senza avermi toccata. È la consapevolezza di ciò che è stato. Riconosco subito in me il senso di colpa. È biologico.

Rrraah— nnngh—wah

L’ombra del davanzale cade sul pavimento, un’altra sembra proiettarsi su tutta la stanza. Inspiro. L’ombra ha un odore. Non polvere. Non pietra. Muschio e paura. L’odore ha una direzione. La direzione ha una forma. La forma è una gola.

Questa é Hàmia.

Sto ancora pensando con parole umane. Questo è il problema. In parte lo sono ancora. In parte non lo sono più.

Mi guardo le mani. Dita e unghie spezzate, pelle lacerata. Sangue. Mi rifletto nel vetro, ho ancora il rossetto della sera prima. O di quella prima ancora. Oppure non è rossetto.

Colpi sulla porta. Voci. Più persone. Qui in montagna? Provo a muovermi ma cado giù, sotto ho ancora lui. Ora lo riconosco a stento. Provo ad accarezzarlo, piango. L’indice sinistro, quello che uso per aprire le lettere, è rotto e fa male. Non ho aperto lettere stanotte. Ho aperto altro.

Ah-ah-ah-AH-HA-HA

Apro la bocca per dire qualcosa, mi esce un verso, un ululato. Non so chi, ma ha sentito. La mia voce, bassa, eppure ha fatto da richiamo. Poi, mentre cerco di capire, la porta sul retro si spacca in un valzer di specchi. Alcuni rimangono sospesi in aria, e mi riflettono. Sono di nuovo nella radura.

Gli alberi mi guardano, un uomo arriva e urla. Non voglio sapere chi sono o cosa sono diventata, ma non posso fuggire. Ma lo so. Lo so perché il sapore ha un nome. E il nome è ancora caldo. Il nome è ancora qui, nella stanza, in un’altra stanza, in un letto che non è il mio. Il nome è di qualcuno che ieri mi ha sorriso. Che ieri mi ha detto "torna prima che faccia buio" e che ora giace qui sotto di me. Una parte.

Hey— ya— HEY— YA— RA—

Torna. La parte che manca cosa dice? Torna. Eppure è buio da ore.

Hh— nn— grahh—

Nngh— rrah—ZARRAGHH

Mi siedo per terra. La schiena contro il muro. Le dita tornate umane. Le porto alla bocca. Non per piangere. Per perdonare. Per pulire. Per tenere dentro, fino all’ultimo granello, il sapore di chi ami ancora incastrato tra le mani.

Poi la luce cambia. Non è più l’alba. È un ricordo che si muove fuori dalla finestra. L’odore che aveva una direzione adesso proviene da me.

Mi alzo. E mi vedo diversa. E cado ancora. Non so cosa farò. Ma so che le mie ginocchia non tremeranno. Non hanno mai tremato, stanotte. Nemmeno col colpo di fucile che mi riportava indietro dall’oblio della mia esistenza.

Torna prima che faccia buio. Non sono tornata. Ha fatto buio. E ora siamo entrambi... il buio.

Il sapore di chi ami - e ti amo ancora. L'amore che ci nutre - letteralmente

Sanguis meminit quod mens obliviscitur. Non mutata sum. Revelata sum


(Daniel Ray Cangialosi)


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