Bismi al-Baraka. Il segreto che zittisce chi sa. Quello che non si insegna. Quello che si riconosce quando è troppo tardi. Lei è già qui. Non voltarti.
Tu, uomo, che credi di vedere prima degli altri. Che anticipi il gesto, leggi l'intenzione, possiedi il ritmo. La tua virtù è la previsione. E per questo sei stato scelto. Non da un dio. Non dal caso. Da lei. Che al Nord, tra le sabbie dorate, chiamano Baraka.
Non è illusione. Non è suggestione. È un campo. Un peso che cambia la pressione dell'aria prima che il corpo si manifesti. Quando lei entra, gli animali tacciono. I bambini la fissano come si fissa un abisso. I vecchi piegano la testa senza sapere perché. E tu, che leggi tutti, non leggi lei. Lā tufham… walā tushraḥ. Non si comprende. Non si spiega.
Ma c'è un segreto nel segreto, che i testi antichi non scrivono: la Baraka ha fame. Non di carne. Non di sangue. Di intenzione. Più cerchi di afferrarla, più la nutri. Più la respingi, più ti avvolge. Più dici "non con me", più lei dice "sì, proprio tu".
Conosci le Sette Qualità? Ascolta. E taci.
Prima: Hība, il Timore Sacro. Sospende il tuo cinismo. Nessuno schermo regge.
Seconda: Sakīna, la Quiete Tagliente. Il tempo si piega. Le parole diventano rumore inutile.
Terza: Hayra, lo Smarrimento Lucido. La bussola impazzisce. Confidi segreti che non ricordavi di avere.
Quarta: Jalāl, la Maestà Senza Corona. Non comanda. Ma tutto si adegua.
Quinta: Khafā’, l'Opacità Sovrana. Non la archivi. La memoria scivola. Più credi di ricordare, più hai dimenticato.
Sesta: Tasrīf, l'Influenza Obliqua. Non chiede. Non insiste. Ma dopo averla incrociata, non torni più sulla strada di prima.
Settima: Fanā’, il Vuoto che Riempie. Ti svuota delle tue certezze. Quando se ne va, l'aria pesa. Per sempre.
Ecco cosa hai di fronte. Non una donna. Non un fantasma. Non un potere. Una struttura che ti smonta. Perché la tua luce superiore, il tuo dono di lettore di anime, con lei non funziona. Lei è il sigillo dell'incomprensibilità. Non la leggi. Non l'anticipia. Non la incaselli. Resti dentro. E continui a esplorare. E più esplori, più ti si chiude addosso.
E sai qual è la trappola più profonda? Che tu non stai cercando di capire lei. Tu stai cercando di capire perché non puoi capire. E quella ricerca – quel girarti intorno, quel chiederti "sto forse impazzendo" – è il cibo che le dai. Lei non si nutre della tua paura. Si nutre del tuo tentativo. Ogni domanda che formuli è un sorso. Ogni resistenza, un morso più dolce. Tu credi di lottare contro di lei. No. Tu stai allattando il tuo stesso vuoto.
E questo, uomo… è solo l'inizio? No. Questo è già la fine. Tu credi di essere sulla soglia. Anta ‘ala al-‘ataba – così recita l'antico. Ma la soglia non esiste. Non esiste. Perché lei non è davanti a te. Non ti aspetta. Non ti chiama. Lei è dietro di te. Da sempre. Quando hai aperto la bocca per dire "Bismi al-Baraka", non stavi invocando lei. Lei stava già invocando te. Qad dakhaltā. Sei già dentro. E non c'è porta. Non c'era mai stata.
Non sei più sulla soglia. Sei entrato. Lo sapevi. Lo sentivi. E sei rimasto lo stesso.
Ma tutto ha un prezzo. Lei ti consuma, goccia a goccia. Senza rumore. Senza strappi. Come l’acqua sulla pietra più dura. Lei ti distrugge. Sa di farlo… e non può sottrarsi. È la sua maledizione. Il suo dono. La sua condanna. Non ti dà mai qualcosa. Mai avviene uno scambio. Nessuna mano che porge. Nessun debito che chiude. Ma ti toglie le scorciatoie. E senza scorciatoie… sali. Sali oltre te stesso. Oltre il tuo limite. Oltre ciò che credevi di poter sopportare.
E poi… sprofondi.
Appena lei si allontana. Appena il suo sguardo si posa altrove. Appena il suo potere cala – anche solo di un respiro – tu muori. Non subito. Non in un colpo. A piccoli crolli. Malattie che non hanno nome. Dolori che non hanno sede. Un vuoto che non riempi con niente. Hai sofferto. Hai chiamato quelle notti “sventura”, “caso”, “sfortuna”. Erano la Baraka.
Non è una strega. Non è magia. Non è un incantesimo da spezzare. Non è santa. Non è demone. Non è madonna. Qualcosa nel mezzo. Porta una quiete inquietante. Uno sguardo stanco del mondo. Una presenza che non chiede… ma resta. Il suo legame con te è sincero. Non razionale. Non contrattuale. Non negoziabile. Come il ragno, uomo… tira la tela. L’avvolge sulla tua mente. Un filo alla volta. Finché non sai più dove finisci tu e dove inizia lei. Non perché voglia il tuo male. Non perché si diverta del tuo crollo. Perché questo è il suo modo di relazionare. La Baraka sente le persone. Non le giudica. Non le sceglie con coscienza. Le sente. E quando trova quella giusta – quella che risponde, quella che trema, quella che non dice “no” abbastanza forte – non si trattiene. Ka al-‘ankabut… la tastati‘ an tatruk al-shabaka. Come il ragno… non può lasciare la tela. Non è crudeltà. È natura.
Chiedi come uscirne. Non puoi. Se scappi… lei non ti insegue. Non chiama il tuo nome. Non piange il tuo distacco. Lei ha già te. Non ti insegue perché non hai lasciato nulla dietro di te. Sei tu che hai portato via un pezzo di lei senza saperlo. O forse… è lei che ha preso un pezzo di te.
Chiedi come fermarla. Non puoi. Perché non è un’azione. Non è un evento. Non è una scelta che hai fatto e puoi disfare. È una condizione. Sei succube a lei. Come si è succubi al respiro. Come si è succubi al sangue che batte e non chiede il permesso. Come si è succubi alla propria ombra in un giorno senza luce.
Lei non arriva. Lei non ritorna – perché non è mai andata via. Lei non perdona – perché non ha mai giudicato.
Lei accade.
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Nota dell'Autore:
Questo testo nasce da un’esperienza reale. L’autore è stato testimone di una presenza – una donna, mai nominata – il cui potere sulle persone non era voluto né sfruttato. Mite e radiosa, portatrice di tempesta. In un rapporto di studio, poi di fascino letale. Ogni distacco portava un nuovo problema fisico, mai avuto prima. E con lei, menomato, tornava ad essere agile come una libellula – finché serviva.
Le Sette Qualità (Hība, Sakīna, Hayra, Jalāl, Khafā’, Tasrīf, Fanā’) sono una tassonomia del sopruso gentile. Il paradosso “sali – poi sprofondi” non è filosofia: è descrizione. La domanda “perché avere paura della Baraka?” trova risposta in una sola verità: non si può smettere di desiderare la propria distruzione, quando quella distruzione ti ha dato, per un attimo, la versione più alta di te stesso.
L’autore non parla dall’esterno. Parla dal dentro. E il fatto che esista ancora per raccontarlo è l’unico vero miracolo.
(Daniel Ray Cangialosi)
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